Imprenditori di lotta
Pungoli riformatori dentro la Confindustria lagnosa
Ieri mattina il lamento di Confindustria campeggiava sulla prima pagina del Financial Times. Il reportage dall’Italia del quotidiano finanziario anglosassone, infatti, si apriva e si chiudeva con virgolettati sconsolati del presidente di Viale dell’Astronomia, Giorgio Squinzi: “Governare l’Italia non è facile, è quasi impossibile”, era il commento del patron di Mapei a fronte dello stallo post elettorale. Ora però, da alcune istituzioni del nostro paese sembra partita una controffensiva alla volta di Confindustria, non di certo per minimizzare la recessione dell’economia reale, ma quantomeno per riequilibrare l’attribuzione pubblica delle responsabilità.
18 AGO 20

Ieri mattina il lamento di Confindustria campeggiava sulla prima pagina del Financial Times. Il reportage dall’Italia del quotidiano finanziario anglosassone, infatti, si apriva e si chiudeva con virgolettati sconsolati del presidente di Viale dell’Astronomia, Giorgio Squinzi: “Governare l’Italia non è facile, è quasi impossibile”, era il commento del patron di Mapei a fronte dello stallo post elettorale. Ora però, da alcune istituzioni del nostro paese sembra partita una controffensiva alla volta di Confindustria, non di certo per minimizzare la recessione dell’economia reale, ma quantomeno per riequilibrare l’attribuzione pubblica delle responsabilità. Il presidente del Consiglio in carica, Mario Monti, nella sua ultima apparizione televisiva dello scorso 14 aprile, ha dichiarato infatti: “Se l’Italia non cresce ciò è dovuto a lacune della politica, ma moltissimo anche a sindacati e imprese”. I loro veti hanno pesato, era il ragionamento. In questo fine settimana, dalle riunioni di G20 e Fondo monetario internazionale a Washington, è arrivato un supplemento di critiche dalla Banca d’Italia. Il direttore generale di Palazzo Koch, Fabrizio Saccomanni, ha osservato che nel paese c’è “una mancanza di fiducia e si è creata una spirale di pessimismo, per cui tutti aspettano che succeda qualcosa”. L’attendismo però, per Saccomanni, non è la strategia adatta: “Le imprese aspettano a investire, le banche a prestare”. Poi una stoccata decisa agli imprenditori: “Se ci sono aree del mondo che crescono di più e altre che crescono di meno, è verso le prime che bisogna esportare, ma purtroppo su questo non siamo attrezzati. Le imprese italiane preferiscono restare piccole e in nero, poi si meravigliano se non riescono a competere sui mercati internazionali”.
D’altronde in queste ore perfino da alcuni lavori del Centro studi di Confindustria emerge una vulgata meno autoassolutoria sulla crisi in corso. Nella ricerca “L’Europa e l’Italia nel secolo asiatico”, condotta dal pensatoio di Confindustria per conto di Piccola industria e in via di pubblicazione per Luiss University Press, non si sprecano certo i dati allarmanti. Vincenzo Boccia, presidente di Piccola industria Confindustria, scrive infatti nella prefazione: “Siamo nel pieno di un’economia di guerra. Non si vedono le macerie ma i danni sono altrettanto rilevanti”. Pil sceso dell’8,3 per cento rispetto al 2007, reddito per abitante tornato ai valori di 16 anni fa, e i disoccupati arrivati a quota 3 milioni. Nella prefazione istituzionale, prevalgono i toni critici della politica: “Dobbiamo far uscire le forze politiche da questa irresponsabilità e costringerle ad affrontare l’emergenza: non c’è più tempo da perdere in giochi di potere”. “Alle forze politiche, tutte, chiediamo più politica”. Poi però, nel libro con introduzione di Luca Paolazzi, direttore del Centro studi di Viale dell’Astronomia, non mancano i contenuti controcorrente. A partire dal saggio di Stefano Micossi, economista e direttore generale di Assonime (che riunisce le maggiori Spa), nel quale ci si chiede “perché l’Europa non è riuscita a imitare la ripresa della produttività realizzata dagli Stati Uniti” fino al 2002, e si legge che “la scarsa flessibilità della struttura industriale” ha “rallentato la transizione da sistema produttivo ad alta intensità di capitale, ma povero di tecnologie Ict, a un sistema Ict-intensive”. L’Italia, poi, rientra tra quei paesi che “hanno privilegiato lo sforzo di mantenere l’occupazione – anche attraverso strumenti di solidarietà tra i lavoratori – inevitabilmente sacrificando la produttività”. Segue l’invito di Micossi a rendere più flessibili “la struttura e le regole del mercato del lavoro”: “Riduzione dell’eccessiva protezione dei lavoratori a tempo indeterminato”, modifica di “un sistema di contrattazione salariale ancora molto centralizzato rispetto a molti altri paesi europei”, protezione del reddito del lavoratore e non del posto di lavoro. Infine ancora un messaggio alle aziende: occorrono “nuovi metodi organizzativi per tutte le funzioni di impresa”. Più che un’agenda Confindustria, pare un’agenda Marchionne.